Heisenberg

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L’Amore è incertezza.

Nulla può essere più imprevedibile dell’Amore.

Non è possibile prevedere quando ti innamorerai. Né puoi decidere alcunché.

Non è puoi sapere se lei o lui ti amerà, ti cercherà o ti svelerà il suo cuore.

Imprevedibile su tutti i fronti. Rimane sorpreso nel constatare che improvvisamente vedi il mondo con occhi diversi. Apprezzi sapori, odori, suoni in maniera differente quando sei innamorato. Il cervello funziona in maniera diversa. Hai percezioni diverse.

L’incertezza. Non riesci a capire l’entità dell’innamoramento. L’amore alla follia, essenziale come l’aria che respiri, colpo di fulmine, l’amore della vita. Amore fugace, passeggero, distratto, non corrisposto. Non puoi saperlo in anticipo. Nulla è preannunciato.

C’è una sorta di Principio di Indeterminazione, mutuato dalla fisica quantistica e dall’enunciato di Heisemberg nel 1927.

Nel mondo subatomico, è impossibile determinare contemporaneamente con certezza, o errore minimo, la posizione e la quantità di moto di una particella (energia), mediante l’osservazione perché una esclude l’altra. Quanto più è precisa la misura di una grandezza tanto maggiore sarà l’errore nella misura dell’altra. Pertanto, l’osservatore dovrà scegliere quale misura privilegiare.

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Tu non potrai mai sapere con certezza o con minimo errore, dove cadrà il tuo cuore e con quale ardore il tuo cuore palpiterà.

Tanto più vuoi l’amore e la passione, tanto meno saprai e conoscerai l’intensità dell’amore.

Tanto aspiri ad essere ricambiato del tuo sentimento, tanto meno saprai quanto tempo impiegherà a trasformarsi in conferma.

L’amore è chimica. Fisica dei corpi. Biologia.

È una scienza, questa, non esatta.

Gli “altri” siamo noi

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È uno slogan molto usato e sdoganato, quello di dire che l’Italia è un “grande Paese”, sottolineando che nonostante i nostri difetti e contraddizioni, il Paese e gli italiani sono sempre pronti a dare il proprio meglio e riuscire nelle sfide del mondo d’oggi.

Io non sono d’accordo. Proprio a causa delle nostre ben note contraddizioni e carenze siamo un popolino, la classica e buffa “armata Brancaleone”.

Se il nostro potenziale e merito sono sempre in discussione, quasi una chimera per chi ci osserva dall’estero, significa che siamo inefficienti ed inaffidabili (abbiamo uno spread alto, tanto per dirne una…).

Ho sempre avuto un giudizio sostanzialmente negativo nei confronti dell’Italia, maturato ed evidenziati dai fatti. Un giudizio negativo espresso nelle discussioni tra amici, espresso come monito e stimolo.

Siamo un popolo strano.

La Storia dice tutto.

Dopo un’epoca di egemonia sul mondo (allora conosciuto) che ricalca il periodo delle conquiste e dominio dei Romani, il Medioevo ha visto concretizzarsi il primo declino della regione geografica che rappresentava l‘Italia. Mentre nel resto d’Europa iniziava il periodo che porterà alla nascita delle grandi Nazioni europee (Inghilterra, Francia e Germania, ad esempio), non senza turbolenze e difficoltà, s’intende; in Italia nasceva l’età dei Comuni, l’embrione del campanilismo italico.

Se da un lato questo ha portato alla competizione fra i Comuni, la nascita di Signorie, il fiorire di nuove culture, progresso e ingegno; dall’altra parte ha portato, nel perdurare di queste contrapposizioni, al consolidare il campanilismo e nel sentimento di appartenenza ad una piccola realtà locale, a scapito dell’integrazione e della condivisione. Poiché il “campanile” non andava oltre qualche chilometro quadrato, il fiorire di Principati, Ducati, Regni e staterelli vari ha permesso di essere nemici tra due sponde di un fiume, la cima di una collina, una strada. Nel litigare quotidiano e domestico, abbiamo lasciato che ci conquistassero e sottomettessero, altri italiani o stranieri che fossero.

La cultura, l’ingegno e l’arte del Rinascimento è naturale conseguenza del voler deliziare, compiacere e assecondare il volere del conquistatore di turno. Ha elevato il nostro “brand” di italiani artisti, architetti e scienziati affievolendo progressivamente quella fiammella di unità nazionale che contemporaneamente in Europa veniva alimentata.

Francesi, Spagnoli, Tedeschi, Austriaci erano di passaggio e di casa nella nostra penisola, a tal punto da influenzare i vari dialetti e lingue locali.

Solo con la forza ed il pugno duro abbiamo trovato uno spirito unitario e nazionale. Ogni occasione, sport, politica, lavoro, è buona per ravvivare la fiamma del campanilismo. Sempre pronti ad alzare barricate tanto velocemente quanto abbracciarsi e fraternizzare nelle tragedie e nelle vittorie della Nazionale di calcio.

Dopo la sbornia del benessere, ora che abbiamo perso il nostro potere d’acquisto, ci siamo svegliati dal torpore e ci rendiamo conto che non siamo in grado di fare i padroni a casa nostra. Che non siamo in grado di fare il nostro dovere. Il campanilismo è lo stesso, si è solo evoluto in una matrice transnazionale. Non litighiamo più solo con il nostro vicino, non disprezziamo più solo i caratteri tipici dei meridionali o dei settentrionali. Ora abbiamo un nuovo “nemico” e si chiama Euro.

Il campanilismo è stato ed è tuttora, un oppio. Non ci rende obiettivi nel valutare il proprio profilo. Siamo sempre stati dominati, conquistati e guidati da “altri”. Se le cose andavano male, la colpa era degli “altri”. Si chiede aiuto agli “altri”. Questo comportamento è possibile trovarlo a tutti i livelli di campanilismo. È paradossalmente e grottescamente affascinante come siamo facilmente parametrizzare questo tendere verso gli “altri” a livello comunale, provinciale, nazionale.

Ora che i nodi della incompetente gestione dello Stato di questi ultimi decenni vengono a galla, la colpa non è nostra, è degli “altri” ovvero dei politici. Ma chi li ha votati? La colpa della speculazione è dell’Euro. Dobbiamo uscire dall’Euro e tornare alla Lira! Ma chi ha permesso di poter speculare sull’Italia? Ci siamo interessati a quello che ci proponevano? Abbiamo fatto autocritica?

No.

Siamo sempre quelli che la colpa è degli “altri”.

Ma gli “altri” siamo noi.

Il Natale, quando arriva… arriva!

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Una celebre pubblicità recita “Il Natale, quando arriva, arriva!”. Ed ecco che arriva!

C’è una sorta di paradosso in questo periodo.

Da una parte, la crescente eccitazione ed allegria per l’avvicinarsi delle festività. L’aria frizzante del primo inverno elettrizza le persone che incominciano a vagabondare da un negozio all’altro in cerca di una idea regalo.

Incomincia la frenetica ricerca di sfondi desktop o cellulare con alberi imbiancati dalla neve, renne, slitte e Babbi Natale che salutano o cantano. Nelle vie e nelle piazze, le celebri note delle canzoni e musiche del periodo riempiono l’aria e… le orecchie. Si pianificano i cenoni (aziendali e/o famigliari), i menù, le vacanze o le visite ai parenti. Sì, c’è la crisi, la contrazione del potere d’acquisto. Ma in misura variabile, ognuno di noi è coinvolto e risucchiato in questa sorta di buco nero natalizio.

Dall’altra parte… chi odia il Natale e questo periodo.

Non sopporta il clamore, la frenesia, il consumismo, la ritualità che queste feste impongono. Svariati sono i motivi che spingono le persone ad alienare ed alienarsi in questo periodo. Problemi famigliari, personali, di salute, ideologici, snob. Chi gode di questo momento gioioso non si capacita e biasima chi, di contro, preferirebbe addormentarsi il 24 dicembre e svegliarsi, magicamente il 7 gennaio. Sì, perché anche il Veglione di Capodanno infierisce facilmente.

Chi ha ragione? È sbagliato negare, anche nel periodo più festoso dell’anno, un briciolo di gioia, spensieratezza o di festa?

Quando si è piccoli è naturale essere pervasi da questa gioia. Man mano che si cresce, si diventa opportunisti ed il Natale diventa occasione per esaudire desideri. Da opportunisti si diventa ricattatori, nei confronti di figli e nipoti “sei fai il bravo, Babbo Natale ti porterà…”.

Alla fine chi ha ragione? Chi imperterrito nonostante l’età continua a vivere lo spirito di Natale oppure chi ha sul comodino la foto di Ebenezer Scrooge?

Non saprei, dico solo che si delinea una terza via, un terzo tipo di persone che vivono lo spirito del Natale per gli altri, non per se stessi. Quindi ancora peggio! Perché sarebbero dei seguaci di Scrooge ma non possono perché devono accontentare i desideri di altri. Questo terzo campione rappresentativo della società penso sia quello predominante e diffuso.

Quindi no ci resta che prendere un bel respiro profondo e tuffarsi nel mare mieloso di questo periodo e riemergere solo a feste concluse con un bel abbonamento in palestra.

Sotto la veste, niente

Fascino

bettinazagnoli

La sottoveste è desueta? Io la trovo molto sexy. Ne posseggo ancora di mia madre. Rigorosamente nere.

Oggi, spesso si indossando jeans, pantaloni, leggins comodi ed è un po’ in disuso.

Si stupirebbe piacevolmente un uomo se, spogliandovi trovasse un accessorio di lingerie come la sottoveste e ancor più sotto, solo la pelle? Sì.

Parlo spesso di stupore. In giro tanta noia e banalità.

Uomini, regalate una sottoveste alla vostra amante. E voi donne indossatela quando lui meno se lo aspetta.

Is the corselette obsolete? I find it very sexy. I still possess my mother. Strictly black.

Today, often wearing jeans, pants, leggings comfortable and is a little ‘obsolete.

Will be pleasantly surprised if a man, caressing you whereabouts of lingerie as an accessory and even more under the petticoat, only the skin? Yes.

I often speak of amazement. Around so much boredom and banality.

Men buy to your lover…

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Conviene bersi un Cynar

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Salgo in macchina, stanco, trascinando la mia borsa pesante. Il portatile, appunti, libri. Tante cose che non trovano mai un posto nel tempo libero che manca.

Accendo il motore insieme alla radio. Routine (la stessa stazione radiofonica, lo stesso programma, lo stesso tragitto in auto, stessi tempi). Ciò nonostante questo è un momento che aspetto quasi con ansia durante il giorno. Il ritorno a casa, la sera.

Ed è come se iniziasse, solo ora, la giornata. Alle 18, a volte anche 18:30, incomincio a fare cose che mi interessano di più. La mia vita.

Per molti non sarà esaltante pensare alla spesa o ritirare la tintoria. Però è la mia famiglia.

Poi si va a casa, si può pensare a cucinare qualcosa per la cena. Oppure prendere una pizza veloce. Oppure ancora, si arriva a casa e si trova tutto già pronto. O quasi.

Cena. Doccia. La bimba a letto. TV. Tutto nel giro di due o tre ore. Sempre che non ci sia una riunione dell’Associazione, del Comitato, dell’Ordine.

Poi? Bisognerà pure dormire, no?

Alle 6:00 la sveglia. Fuori in 60 minuti. Nuova giornata di lavoro.

Ma che vita è, se tutto quello che ti appartiene è racchiuso in una manciata di ore.

Logorio, in loop.

Nulla cosmico, anzi italiano

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Oggi è successo un fatto gravissimo. Tutti siamo a conoscenza del naufragio di un barcone carico di migranti nelle acque di Lampedusa.

Non voglio fare ipocrisie od essere pietoso.

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Quello che è successo è frutto dell’italica incapacità di poter dettare regole e prerogative a livello Europeo per un problema grave ed importante come il controllo dell’immigrazione clandestina.

Non esiste l’Europa Unita. Un’organizzazione politica, economica, giuridica come la UE dovrebbe, come fa ogni singolo Stato, controllare, regolare e pattugliare i propri confini. Anche quelli che scendono dolcemente nelle acque del Mediterraneo. il quale, oltre ad essere un confine vasto e dispersivo, è anche quello che s’affaccia verso una regione critica del mondo.

Oggi siamo tutti scioccati dalla tragedia umana. Siamo tutti immigrati, noi italiani.

Abbiamo quella provinciale capacità di immedesimarci e fare nostro il dolore di altri. Sarà perché circa un secolo fa anche noi ci s’imbarcava verso un nuovo mondo in cerca di riscatto o salvezza. Puntualmente, ci “piace” ricordare anche inconsciamente questo nostro difficile passato.

Ma cosa facciamo per superare questo nostro blocco mentale, sociologico, innato? Nulla.

Ci piace compatire, addolorarci, piangere per la tragedia. Non guardiamo oltre, non pensiamo come affrontare l’emergenza, come anticiparla e risolverla.

Siamo generosi, ci offriamo a loro completamente. Giusto. La solidarietà si spreca nel Bel Paese. E poi? Nulla.

il tempo rimargina, asciuga le lacrime. Poi ci lamenteremo degli immigrati che invadono le nostre città.

Non siamo nuovi a questo tipo di emergenze eppure ogni volta c’è sempre una questione di fondo che bisogna affrontare con i Paesi confinanti o vicini. Con l’UE che si accorge che i propri confini meridionali sono in balia della criminalità della tratta di esseri umani, che certifica l’incapacità di gestire il fenomeno dell’immigrazione clandestina. E la Politica italiana che fa? Nulla

Abbiamo un Ministro che comodamente andrà a fare la passerella a Lampedusa, ma solo domenica. Abbiamo un Presidente della Camera che retoricamente indice il minuto di silenzio. Abbiamo il Primo Ministro che vuole che tutta Italia osservi la giornata di lutto nazionale. Abbiamo i Centro di accoglienza pronti ad essere riempiti, qualora già non lo fossero. Abbiamo l’opinione pubblica che biasima chi dice che ciò è dovuto a quello che l’Italia rende come immagine all’estero.

Ma di cosa stiamo parlando?

Non siamo stufi di continuare, ciclicamente, a creare il caso per quei due-tre giorni dove non si parla d’altro, per poi far cadere tutto nel dimenticatoio?

Non siamo stanchi di continuare ad affrontare soli l’emergenza?

Non siamo stanchi di continuare ad elemosinare qualche attenzione a livello Europeo per la questione Immigrazione?

Non siamo stanchi di vedere la stanca “processione” di autorità verso Lampedusa?

Non siamo stanchi di non riuscire ad organizzare un controllo fattivo e reale nelle acque territoriali per contrastare la tratta di essere umani?

Non siamo stanchi di litigare inascoltati con i nostri “dirimpettai” che non fanno nulla per contrastare il fenomeno?

Non abbiamo alcun peso in Europa. Non abbiamo organizzazione in casa propria.

Abbiamo la pietas, la misericordia e la solidrietà. Parole abusate, ripetute spesso per riempire un vuoto. Parole che tamponano per poche ore il nulla.

Vorrei più iniziativa, più volontà, meno solidarietà ma più organizzazione.

Vorrei che tirassimo fuori gli attributi per dire che siamo la porta d’Europa, vorrei che ci siamo meno retorica e più iniziativa.

Vorrei che la politica non sia solo utile per mettere la propria fotografia sul giornale, ma riesca a trovare ma anche cercare continuamente soluzioni.

Siamo quello che abbiamo votato. siamo quello che non abbiamo votato.

Siamo un popolo povero. Economicamente e filosoficamente.

Siamo sempre pronti a schierarci con il più debole.

Vorrei che si pensasse.

Eccesso di inventori

OggiScienza

MajoranaIL PARCO DELLE BUFALE – In attesa dell’aggiornamento dei colleghi di Radio24 sulle straordinarie prestazioni del reattore a fusione fredda Hyperion, la custode aggiorna sul generatore di antimateria, anch’esso acquisito dall’ing. Franco Cappiello di Milano.

I lettori, sopratutto se di nome Leopoldo, ricorderanno il reattore – inventato da Guglielmo Marconi e noto alla cronaca giudiziaria come “raggiro della morte” – in grado di raggiungere “oltre un miliardo di gradi” con una batteria da 12 volt e di abbattere satelliti.

Innanzitutto, risulta ora inventato durante l’ultima guerra mondiale da Franco Marconi, della Guardia di Finanza, che l’avrebbe consegnato a Rolando Pelizza di Chiari (Brescia). Si chiama oggi Raggio della Vita ed è proprietà dell’Associazione Progetto Vita, composta dal presidente a vita Panetta e due parenti, secondo la quale gli inventori sono Ettore Majorana e Rolando Pelizza. Apparso nel 1958 al signor Pelizza, il fisico scomparso nel 1938 gli ha insegnato per vent’anni…

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